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Antropocene, la nostra libertà

Articolo prodotto per la prossima edizione del libro Ecotopia.

Aimée Fleury et Benoit Barbagli, 2019, 90 x 60 cm
Aimée Fleury et Benoit Barbagli, 2019, 90 x 60 cm

Una delle visioni popolari dell’artista moderno è quella di assimilarla alla ricerca e all’espressione di sé, come gesto, come espressione astratta, come performance…

Questo presupposto induce un’entità indivisibile. Un “io” che esprimesse la visione del mondo dell’artista, pura e semplice. La sua autenticità indurrebbe il carattere unico e quindi nuovo e vero della sua opera. La qualità di un artista dipenderebbe dal vigore e dalla lucidità che saprebbe esprimere, delimitare i contorni intimi del suo essere autentico. E questo, pur restando indipendente da determinazioni o ingiunzioni culturali, lasciando all’antropologia lo studio delle relazioni individuo-cultura.

L’era dell’arte moderna mi sembra essere il culmine di questa idea. Da un’ascesa comune, con la centralità crescente dell’individuo nelle nostre società, la differenza e l’unicità dell’artista sono le forze rivendicate e ammirate. Queste qualità che la società si sforza di proporre, si trovano, in una strana simultaneità, assalite dalla critica.

Questo fenomeno è il culmine della lunga storia congiunta dell’Arte con la Storia stessa.

Uno dei vettori importanti di questo passaggio sembra essere la Rivoluzione, dove il passaggio dal suddito umano del re a quello del cittadino umano è stato determinante per la costruzione moderna dell’individuo, sia nell’organizzazione della società, che in quella sociale. scienze, che nell’art.

Nell’art, il passaggio è avvenuto con la progressiva abolizione della rappresentanza a favore della presentazione. Citazione di Marcel Duchamp Non è l’arte, ma gli artisti che mi interessano, oi 15 Minutes of Fame di Andy Warhol sono indicatori rappresentativi della centralità dell’individuo-artista.

Questo paradigma è ancora valido? L’artista nel 2020 è ancora questo individuo eccentrico, che attira la luce per la libertà che deve essere se stesso, per l’indifferenza che mostra alla pressione delle norme sociali?

Perché l’artista, attraverso la sua abnegazione delle scienze sociali, ignora costantemente le cause che lo circondano?

Anche se la cultura ha sempre influenzato notevolmente artigiani, designer e artisti, il significato di questa influenza non è sempre stato lo stesso. Il motivo per cui la libertà appare cruciale nei tempi moderni è che è diventata il meta-oggetto dell’arte.

Infatti, in questo periodo, l’artista, come la rappresentazione, diventa l’oggetto della sua arte. Le vecchie ossessioni hanno lasciato il posto all’arte per l’arte.

L’ipotesi che qui brevemente pongo è che questa coincidenza fosse solo una piega nella storia dell’arte occidentale, che ora sta scomparendo con la stessa rapidità con cui è sorta. Le performance artistiche ei gesti costitutivi dell’inizio del XX secolo sono stati caratterizzati da contingenza e arbitrarietà. Queste dinamiche si sono lentamente ritirate, a partire dagli anni ’70 e ’80, di fronte alle esigenze insite nel campo sociale. Tra questi: l’ecologia.

Ogni causa ha la sua storia. L’ascesa dell’individuo arriva con l’avvento del cittadino nella repubblica, nel capitalismo e nella società industriale. La transizione in atto intorno al nuovo millennio si unisce all’età dell’Antropocene, alle rivendicazioni delle minoranze (femministe, LGBTQ, intersezionalità) e al tentativo di instaurare una democrazia.

L’artista contemporaneo ne è il risultato. Non si tratta più di sé o della propria libertà, ma di una lotta condivisa – di classe, genere, norme ecologiche – pesare sulle nostre coscienze e la cui attuazione resta una sfida. Non si tratta più di avvolgere interi monumenti di plastica al principio della monumentalità e della libertà arbitraria dell’“uomo che può”.

Anche se gli sconvolgimenti dell’era moderna persistono e continueranno, sono contestati: o come emblemi del dominio patriarcale, o come cavalli di Troia del capitalismo e queste reti di influenza plutocratica, o come aberrazioni ambientali nell’ora in cui l’ecologia è diventata la sfida più grande c’è.

I mandati possono essere combinati, come nel caso del Bouquet of Tulips di Jeff Koons, esposto ai Jardins des Tuileries. Il rumore di protesta che scaturisce da questa creazione lo strappa dalla contemporaneità durante la sua vita.

È in questa triade di lotte (Capitalismo/Oppressione dei popoli e delle minoranze/Ecologia) e delle norme che producono che si costruisce l’estetica contemporanea.

La contemporaneità ha la più grande differenza estetica con la modernità in quanto non è più standardizzata dall’individuo. È vero che la sua immagine resta dominante nella società, ma la sua capacità normativa qui, sul piano estetico, è diventata inefficiente.

Sorelle tra loro, arte e libertà sono in relazione. Ma negli ultimi decenni, la loro relazione è cambiata profondamente. I crescenti vincoli degli standard ecologici e sociali danneggerebbero la libertà dell’artista?

Potrebbe essere questa un’età dell’oro che vediamo gradualmente scivolare via? Ci sarebbe lutto?

Il lutto da fare è forse quello del lutto personale. Non fraintendetemi, non sto parlando qui del potere del desiderio, della gioia o della propria vita. Il lutto di se stessi è solo il lutto della propria traccia, questo graffio che si commette sulla natura, questa violenza politica che si produce sul seguito. E se la domanda non è nuova, la sua maturità le permette di essere finalmente udibile.

L’avanguardia artistica, lontana dal desiderio di godersi semplicemente la propria libertà, vive con questi vincoli ecologici e sociali per immaginare come costruirne uno nuovo, collettivo, facendo eco al nostro ambiente.

A piedi pieni nell’Antropocene e crollare all’orizzonte, gli artisti affrontano una grande sfida. Si trovano, seguendo la modernità, a porre il cardine centrale delle norme che hanno costruito l’individuo. Mentre siamo diventati tutti artisti attraverso tecnologie e reti come Instagram e TikTok, creatori di tutto e niente, Fluxus nostro malgrado, è giunto il momento in cui l’artista opera un movimento di ritiro, come atti di forza e costruzione. E questo, rimettendo in discussione il primato, allo stesso tempo, il suo rapporto con l’ambiente e il suo rapporto con il collettivo. Senza il collettivo, l’ecologia inciampa e più in generale tutte le lotte.

Ecotopia sta lavorando su questo problema nella sua stessa misura. Dapprima da un ritiro, una scomparsa del gesto plastico espressionista, trasformando l’artista e il gruppo come supporto all’opera: un semplice assistente della natura per creare l’opera. In alternativa sherpa di montagna e poi di mare portando il tessuto che gli permetterà di svolgere il suo lavoro. In Le temps du feu , terzo atto di Ecotopia, si spinge fino a impossessarsi degli individui presenti, ritualizzando il processo creativo. Quest’ultimo ha l’ambizione, sotto l’egida della natura, di mettere costantemente in discussione il rapporto collettivo con la natura.

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